- pomeriggio

  • Cod. 09S
  • 14/05/2008
  • 15:00 - 18:00

Restituire la fiducia ai processi di trasformazione del territorio

Il dibattito sulla fragilità del telaio infrastrutturale del Paese, soprattutto nella sua deriva recente, tende a polarizzarsi intorno alla questione delle risorse finanziare a disposizione, dei vincoli alla spesa pubblica, della recente riduzione del flusso di investimenti nel settore delle costruzioni e segnatamente delle opere pubbliche. In realtà gli elementi che hanno “impastoiato” il percorso di recupero avviato sul finire degli anni ’90 e che si è inteso sostenere, alimentare e razionalizzare attraverso la Legge Obiettivo, vanno individuati anche in processi di natura extra-finanziaria. Innanzitutto, a livello generale, si può sostenere che la nuova stagione delle grandi opere non abbia affatto beneficiato di una tensione collettiva verso lo sviluppo del Paese paragonabile a quella che ha consentito e guidato le potenti infrastrutturazioni degli anni ’60. Sicuramente non si è arrestato il processo di dissipazione di quel fondamentale capitale sociale rappresentato della fiducia nei confronti di chi programma e finanzia opere e interventi, e sceglie i soggetti in grado di realizzarli. Non è stata elaborata una “simbologia delle infrastrutture” a livello macro, in grado di coagulare consenso collettivo generale. Il ritardo infrastrutturale è tutt’ora un tema freddo, di valenza statistica. I corridoi europei sono poco più che segni su carta tracciati da lontani tecnocrati. Anche il dibattito sul metodo, dal rinnovamento del processo decisionale alla nuova contrattualistica, ha riguardato essenzialmente gli addetti ai lavori. Per dirla con uno slogan, “le grandi opere non scaldano il cuore degli italiani”. Uno slogan che tuttavia rappresenta piuttosto bene il sentimento nazionale. Non a caso, nelle diverse indagini sulle motivazioni del voto, spicca l’ultimo posto che gli elettori assegnano puntualmente alla questione delle grandi opere infrastrutturali. Sicuramente tutto ciò ha impattato e sta impattando sul processo realizzativo, ossia sulla concreta cantierizzazione delle opere. Molti sono i fattori specifici in gioco, ma un denominatore comune può essere individuato nel problematico “atterraggio nel locale” degli schematismi e delle priorità individuati in ossequio ad un interesse nazionale (o sopranazionale) di sempre più difficile declinazione e, come si diceva in apertura, debolmente, malamente e provvisoriamente richiamato. E’ ipotizzabile che dai diffusi e reiterati fenomeni di difesa ad oltranza dell’”essenza dei luoghi” ci si potrà affrancare solo allorquando programmatori e decisori accetteranno di pensare il cambiamento in una logica di concertazione allargata e anticipata, privilegiando approcci complessivi che guardino al territorio nel suo complesso e non, settorialmente, alla sua capacità di ospitare, di essere attraversato, di fare da sostrato o supporto di qualcosa. Dovranno credere e far credere nelle tecniche di mitigazione delle esternalità negative e negli studi di impatto ambientale e sociale. Dovranno, inoltre, abbandonare la deriva attuale e spesso deteriore della compensazione (economica o “in natura”) per progettare interventi con caratteristiche tali da essere accolti o addirittura “richiesti” dai territori. Non solo una terapia per la famigerata sindrome NIMBY (Not In My BackYard) dunque, ma un nuovo orizzonte progettuale e relazionale in grado di attivare realmente quella domanda di intervento territoriale che alcuni, con felice intuizione, hanno recentemente definito PIMBY (Please In My Backyard).

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