- mattina

  • Cod. C.04
  • 18/05/2010
  • 09:00 - 12:00

La statistica come risorsa

Se mai vi è stato un periodo storico in cui è palese l’imprescindibilità dei “dati” sia nelle culture di governo che nelle culture, in generale, della democrazia e dell’informazione, ebbene esso appare proprio quello che ci sta scorrendo sotto gli occhi. I fuochi di artificio che hanno costellato il crollo finanziario della Grecia sono stati (e sono tuttora) trapuntati da cifre. Come sempre trattate con un misto di allarmismo e trascuratezza – che ne fa una miscela di inquietudine per definizione – perché in un paese davvero attrezzato contro le crisi e per la gestione partecipata della competitività non è solo la statistica ufficiale a dover essere all’altezza dell’elaborazione dei dati. Anche il ceto politico, gli apparati istituzionali, l’impresa e il suo sistema associativo, i media e il sistema educativo debbono avere strumenti, magari minimi ma metodologicamente corretti, per valutare, interpretare, discutere la statistica. Condizione per capire e reagire al tempo stesso.

Il nostro resta purtroppo un paese in cui alla fine di una manifestazione politica popolare è possibile che tra gli organizzatori (per altro espressione di forze al governo) e le istituzioni preposte all’ordine pubblico (per altro parte dell’apparato di governo) la stima dei partecipanti vari da uno a dieci. Quando questa forbice (forbice percettiva, di analisi e di dimensionamento delle scelte, ma anche di adattamento della statistica al consenso) si applica a materie da cui dipende la vita della gente, insieme a riparto della spesa, copertura delle leggi, scenaristica sociale e demografica, eccetera, si può capire che la forbice emblematica di cui si parla è quella tra la modernità e il medioevo (che per la verità essendo assistito da maggiore religiosità diffusa almeno contava sulla proiezione nella realtà della predizione dei sacri testi, cosa oggi smarrita). Tre sostanzialmente i profili di assoluta centralità della statistica nel campo dei nuovi equilibri tra istituzioni e società:

  • la qualità delle rilevazioni (metodologia, ampiezza, profondità);
  • la trasparenza e l’indipendenza del trattamento degli esiti statistici;
  • l’innovazione e l’efficacia di “racconto” di tali esiti (che comporta anche relazione con il sistema educativo e formativo – anche della classe dirigente - e con il sistema mediatico).

Una trasversalità scientifica e operativa che rende il tema centrale anche nel disegno dei binari di discussione a favore della nostra Pubblica Amministrazione che ForumPA affronta annualmente nel suo evento nazionale e che ha indotto ad invitare ad una delle “intervista a scena aperta” il presidente dell’Istat  Enrico Giovannini che ha accettato di buon grado e che discuterà questa tematica martedì 18 maggio dal 10 alle 12.30 inSala Almaviva.

Enrico Giovannini – professore ordinario di Statistica all’Università “Tor Vergata” a Roma –  è personalità di rilievo internazionale. E’ stato a capo dell’area statistica dell’OCSE dal 2001 al 2009, dove ha rivoluzionato molti dei parametri che si riferiscono ai tre profili prima indicati, in un’organizzazione internazionale che dipende largamente dalla potenzialità del suo stesso trattamento dei dati. Ma al di là delle capacità tecnico-professionali, vi è nel suo approccio anche un interessante contenuto civile che lo rende sensibile ai territori di confine della statistica (tutto) e alla specificità comunicativa dei dati (che è la nuova costituzione culturale della comunicazione pubblica). Ne è stato un esempio, nel 2004, il primo Forum Mondiale su Statistica, Conoscenza e Politica, da lui organizzato, a partire dal quale ha lanciato un progetto di ricerca globale sulla Misurazione del progresso delle società, condotto dall'OCSE in collaborazione con la Commissione Europea, la Banca Mondiale e le Nazioni Unite. E’ in questo ambito che si colloca l’approccio della commissione presieduta dall’economista americano Joseph Stiglitz – di cui Enrico Giovannini è parte – per tradurre nella misurazione complessiva dello sviluppo l’intuizione che fu di Robert Kennedy negli anni ’60 che il prodotto lordo non è parametro sufficiente e che va ricercata una nuova parametrazione attorno al concetto di “benessere sociale”.

Programma

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